Giuseppe Andaloro

22 DICEMBRE 2016 ore 20.30

Giuseppe Andaloro

NOTE DI ASCOLTO

A cura di Elisabetta Russo

Un tuffo nel grande Romanticismo quello proposto stasera da Giuseppe Andaloro, attraverso straordinarie punte di diamante della letteratura pianistica, accomunate dall’idea di libertà, che ci regaleranno momenti di ascolto di grande bellezza.

Fra tutte le note vibra/Nel variopinto sogno terrestre/Un sommesso suono indirizzato/A chi ascolta in segreto”. Questi versi di Friederich Schlegel (1772-1829), filosofo romantico, aprono la Fantasia op. 17 di Robert Schumann (1810-1856), scritta nel 1836 in un periodo di ardente passione per Clara Wieck; e così si esprime, nel marzo 1835, in una lettera indirizzata all’amata: “…il primo tempo è davvero quanto di più appassionato abbia mai fatto -un profondo lamento per te” . E realmente è la storia di un’anima quella che traspare dalla forma libera di questo capolavoro, uno spirito romantico combattuto tra i due opposti, Sensucht e Ruhe , anelito e quiete, secondo Schlegel, Florestano ed Eusebio,secondo Schumann, l’uno focoso ed impetuoso, l’altro delicato e riflessivo.

Il superamento della forma-sonata è dichiarato apertamente da Schumann quando scrive: “sembra che la forma abbia concluso il suo ciclo vitale, e questo è nell’ordine delle cose; perciò non dovremmo ripetere per secoli sempre le stesse cose, ma mirare anche al nuovo. Si scrivano dunque sonate o fantasie (che importa il nome), ma non si dimentichi la musica, e il resto imploratelo al vostro buon genio”. E in effetti, già il primo tempo, con l’indicazione “Assolutamente fantastico e appassionato” libera la musica da ogni costrizione formale, conducendo un discorso la cui prerogativa poetica e visionaria supera i limiti della forma. Ma, se da un lato lo Schumann romantico tende alla libertà, dall’altro non può prescindere dalla lezione beethoveniana che è presente in tutta l’opera, ma in particolare nel ritmo di marcia del secondo movimento (come non pensare alla Sonata op. 101?), e così pure nel Finale che, attraverso sonorità delicate e sottovoce, gioca su due temi di chiara derivazione beethoveniana che testimoniano l’omaggio al grande Maestro di Bonn.

E se con quest’opera Schumann raggiunse vette di assoluta originalità superando l’architettura della Sonata, sul genere ormai consolidato della Fantasia romantica Frideryck Chopin (1810-1849) compose non solo le Ballate, la Barcarola op. 60 e la Fantasia op. 49, ma anche un’opera straordinaria quale la Polacca-Fantasia op.61 (1845/46).

Appartenente all’ultimo periodo compositivo, l’opera trasfigura l’idea della Polacca a favore di una forma libera costruita a partire da un nucleo scarno, ma fertile da cui scaturiscono idee tematiche consequenziali arricchite da timbriche cangianti, armonie raffinatissime all’interno di una struttura compositiva quasi sinfonica.

Le emozioni si susseguono alternando malinconia e passione, estasi e nostalgia, in un perfetto equilibrio che inebria l’ascoltatore conducendolo in un mondo sonoro straordinario e ineguagliabile.

Sergei Rachmaninov (1873-1943) scrisse la prima serie degli Etudes-Tableaux, op. 33, nell’estate del 1911. L’idea pittorica insita nel nome voleva suggerire solo “rappresentazioni musicali di stimoli visivi esterni”; nulla di descrittivo, quindi, ma un’idea quasi impressionistica, che traspare dalla timbrica mutevole dell’elaborato gioco pianistico che richiede all’esecutore notevoli capacità tecniche.

Le tonalità minori dominano sovrane, a suggello della particolarissima vena melodica dell’autore che, proprio nel modo minore, trova il terreno più adatto. Il primo in ordine di esecuzione,op.33 n. 6 in mi bemolle minore, dopo 2 battute introduttive, sfocia in un virtuosismo travolgente affidato alla mano destra, vorticoso ed impetuoso, che trova pace solo alla fine in pianissimo. Il secondo, op.33 n 7 in mi bemolle maggiore, esordisce con un disegno marziale, squillante; la tecnica esecutiva è più razionale, nella tipica forma dello “studio” pianistico; il terzo, op. 33 n. 9, in do diesis minore, si apre con una scrittura molto cara a Rachmaninov, con accordi in fortissimo su un tempo Grave, che valorizza la potenza dello strumento; i cromatismi accordali, più volte reiterati sino alla fine, esprimono una ricerca timbrica continua e costante dell’Autore.

La seconda serie, op. 39, fu scritta tra il 1916 e il 1917, l’anno della Rivoluzione d’ottobre in Russia che costrinse il compositore ad abbandonare la sua terra. L’op.39 n.2, in la minore, si caratterizza per l’atmosfera elegiaca e malinconica; su di un “letto sonoro” di terzine si eleva una linea melodica strutturata su intervalli di quarte e quinte, ascendenti e discendenti, che creano un disegno cullante e altalenante. Per contrasto, il n.3, in fa diesis minore, si caratterizza per l’impeto drammatico e focoso che anima l’intero brano, con le doppie note ansimanti, imploranti affidate alla mano destra che sfociano, nella parte centrale e alla fine, in velocissime figurazioni lineari. Infine il n. 6, nuovamente in la minore, comincia con ruggiti cromatici al registro grave, foschi presagi drammatici, a cui fa subito contrasto un disegno leggero, staccato alla mano destra che presto si trasforma in legato. Gli elementi enunciati si sviluppano alternandosi in un irruento gioco che si placa solo verso la fine, suggellata ancora una volta dal ruggito iniziale.

Rachmaninov fu per tutta la vita un compositore-concertista, figura innovativa del Romanticismo sapientemente incarnata quasi un secolo prima da Franz Liszt (1811-1886). Fu lui a portare alle più alte vette il virtuosismo pianistico in senso stretto, a fare del pianoforte uno strumento solista da grande sala da concerto; la sua tecnica prodigiosa gli permise di far suonare il pianoforte come un’intera orchestra, favorendo lo sviluppo di questo straordinario strumento a tastiera non solo in senso strettamente meccanico, ma soprattutto sotto il profilo musicale e artistico.

All’interno della sua vasta produzione musicale, le composizioni ispirate alla sua terra natìa, l’Ungheria, rappresentano un corpo significativo, e, tra queste, Le Rapsodie ungheresi sono una raccolta di 19 brani, in cui si concentra il massimo grado del virtuosismo lisztiano.

La n. 11 non è tra le più note, ma è sicuramente un capolavoro con i suoi effetti imitativi del cymbalom e il suo carattere tzigano. E’ una danza magiara, il cui andamento passa dal Lento a Capriccio all’Andante sostenuto della parte centrale per arrivare al Vivace assai che, stringendo, giunge al Prestissimo finale con una scrittura pianistica funambolica e concitata che conclude magnificamente il brano.